Francescani

Non solo povertÓ

In occasione della festa di San Francesco, siamo andati a trovare alcuni francescani che vivono a Loppiano: padre Theo e padre Jesmond, entrambi cappuccini, ci raccontano cosa vuol dire essere figli di San Francesco a Loppiano.

«Dalla spiritualità del “poverello di Assisi” – ci racconta padre Theo, olandese, da vari anni a Loppiano – sono nate tre grandi famiglie religiose: i frati minori cappuccini, i frati minori conventuali e i frati minori francescani. Già questi nomi indicano due valori irrinunciabili per San Francesco: la fraternità e la minorità, la piccolezza, cioè. E la prima frase della nostra regola recita così: “I frati minori vivono il Vangelo”».

Interviene padre Jesmond, maltese, che ha vissuto per 10 anni in Grecia: «Per questo per noi è bello vivere a Loppiano! Se si identifica San Francesco solo con la povertà, si limita la sua figura e il suo carisma. Lui voleva immedesimarsi con Gesù: vivendo la Parola, voleva diventare Gesù, non fondare un ordine, proprio come Chiara… mi riferisco a Chiara Lubich».

Del legame storico tra i focolarini e i francescani parla padre Theo, che racconta: «Nel 2000, Chiara Lubich, durante un incontro ad Assisi tra la famiglia francescana e quella focolarina, mise in rilievo un aspetto molto interessante: San Francesco mirava alla fraternità universale perché vedeva Dio come padre di tutti e di tutto, per questo arriva a chiamare “fratello” e “sorella” anche il sole e la luna. Perfino la morte!».

E spiega meglio: «La minorità, che San Francesco coglie dal Vangelo (quante volte Gesù parla dei piccoli!) è la strada per realizzare la fraternità. Tant’è vero che Santa Chiara d’Assisi indicherà nella sua regola la mèta di “una vita in santa unità e altissima povertà”. Se noi perdiamo di vista la prima parte della frase - “I frati minori vivono il Vangelo” - litighiamo anche fra di noi (francescani, conventuali e cappuccini), per affermare chi è il più francescano, il più povero».

Alla Claritas, la scuola dei religiosi di Loppiano, padre Theo e padre Jesmond fanno l’esperienza di vita comune con religiosi provenienti da altri carismi: un salesiano, un comboniano e uno scolopio.  Il dono che insieme offrono alla cittadella è quello del servizio liturgico ma anche una testimonianza di unità, possibile vivendo la legge dell’amore reciproco che vige a Loppiano.

«In un antico testo francescano» racconta padre Theo «si narra che un giorno venne chiesto a San Francesco dove si trovasse il suo convento. Lui salì su una collina e indicò l’orizzonte. Ecco, i francescani, a Loppiano, scoprono e si mantengono in questa apertura a 360°, immersi nei diversi dialoghi indicati anche dal Concilio».

«Per me, come diceva San Francesco» spiega padre Jesmond «è molto importante vivere il Vangelo “sine glossa", cioè senza interpretarlo o ridurlo alla nostra misura. Per esempio, quando vado a celebrare la messa nella casa delle focolarine anziane, sento che lì c’è un clima speciale, di santità. Loro vivono bene la Parola, senza amarezza. Vivono gli ultimi anni della loro vita in attesa dello Sposo, con gioia. Questo mi tocca e mi sprona a vivere anch’io proiettato verso gli altri. Qui, per esempio, ho fatto l’esperienza del lavoro manuale, insieme ad altri cittadini. È stato bello sforzarsi di vivere anche quest’aspetto in un atteggiamento di apertura verso chi lavorava con me».

Uscendo dalla Claritas, torna alla mente un’immagine, di cui in realtà non esiste registro fotografico. È il 18 settembre 1948 e lo scrittore Igino Giordani riceve, in veste di deputato, nel suo studio di Montecitorio, un gruppetto guidato da una giovane trentina, terziaria francescana, affiancata da un frate minore, un conventuale, un cappuccino e un laico. La giovane era Chiara Lubich. Più tardi “Foco”, come venne familiarmente chiamato da lei, scriverà: “Vederli uniti e concordi mi parve già un miracolo di unità”.